<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>The Postcolonialist &#187; Italy | The Postcolonialist</title>
	<atom:link href="http://postcolonialist.com/tag/italy/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://postcolonialist.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Tue, 08 Dec 2015 20:08:35 +0000</lastBuildDate>
	<language>en-US</language>
		<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
		<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=3.7.41</generator>
	<item>
		<title>Cineasti afrodiscendenti in Italia: Un doppio campo di battaglia</title>
		<link>http://postcolonialist.com/arts/cineasti-afrodiscendenti-italia-un-doppio-campo-di-battaglia/</link>
		<comments>http://postcolonialist.com/arts/cineasti-afrodiscendenti-italia-un-doppio-campo-di-battaglia/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 22 May 2014 16:09:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[postcolonialist]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arts]]></category>
		<category><![CDATA[Culture]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Global Perspectives]]></category>
		<category><![CDATA[Magazine]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[Italy]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://postcolonialist.com/?p=1016</guid>
		<description><![CDATA[<p>Il dibattito pubblico sui temi dell’immigrazione e dei diritti di cittadinanza ha catalizzato in Italia per mesi l’attenzione dei media. Diverse le ragioni: anzitutto, la campagna di odio scatenata dall’estrema[...]</p><p>The post <a rel="nofollow" href="http://postcolonialist.com/arts/cineasti-afrodiscendenti-italia-un-doppio-campo-di-battaglia/">Cineasti afrodiscendenti in Italia: Un doppio campo di battaglia</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="http://postcolonialist.com">The Postcolonialist</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il dibattito pubblico sui temi dell’immigrazione e dei diritti di cittadinanza ha catalizzato in Italia per mesi l’attenzione dei media. Diverse le ragioni: anzitutto, la campagna di odio scatenata dall’estrema destra contro l’ex ministro dell’integrazione Cécile Kashetu Kyenge <a href="#_ftn1">[1]</a>; la discussione apertasi con le sue proposte sullo <i>ius soli</i> <a href="#_ftn2">[2]</a>e sui centri di detenzione amministrativa per migranti <a href="#_ftn3">[3]</a>; e infine il naufragio di diversi barconi al largo di Lampedusa, che il 3 ottobre 2013 ha causato la perdita di centinaia di vite <a href="#_ftn4">[4]</a>.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/JFTeF0-yE-I" height="350" width="622" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Non c’è dubbio che proprio il tema dell’immigrazione e della società multiculturale sia diventato uno degli snodi più ricorrenti della nostra filmografia recente: basta scorrere la lista dei film italiani selezionati dalle ultime edizioni della Mostra di Venezia e del Festival Internazionale del Film di Roma <a href="#_ftn5">[5]</a>, per constatare con quale insistenza i plot evochino storie d’immigrazione e di convivenza interculturale. Eppure, diversamente da quanto era successo in altri momenti, il cinema italiano nel suo complesso non si sta dimostrando all’altezza dei suoi compiti, limitandosi a fotografare blocchi e tabù ricorrenti, talora di eredità postcoloniale, ma guardandosi bene dal immaginare narrazioni di una convivenza reale.  Fra le rare eccezioni, segnalo in particolare due film di Andrea Segre: in <a href="https://www.youtube.com/watch?v=fB6aNVyLqx8"><i>Io sono Li</i></a> (2011), ad incontrarsi ed iniziare una tenera amicizia sono una barista cinese (interpretata da Zhao Tao, musa di Jia Zhangke) e un pescatore croato (Rade Šerbedžija), che vivono e lavorano a Chioggia, legati dall’amore della poesia e da un sottile senso di estraneità <a href="#_ftn6">[6]</a>; il più recente <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Od8Lw52njZg"><i>La prima neve</i></a><i> </i>(2013), fa incontrare in un villaggio alpino un richiedente asilo originario del Togo con bebè al seguito (Jean-Christophe Folly) e un ragazzino del luogo (l’esordiente Matteo Marchel) che ha perso il padre in un incidente <a href="#_ftn7">[7]</a>. La sensibilità di Segre nei confronti dei temi dell’immigrazione è stata affinata a lungo da una parallela produzione di documentari, firmati da solo o a più mani (<i>Come un uomo sulla terra</i>, 2008; <i>Mare chiuso</i>, 2012).</p>
<p><iframe src="//player.vimeo.com/video/72737829" height="350" width="622" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>In questa sede, vorrei proporvi una lettura sintomatica del cosiddetto «cinema italiano dell’immigrazione», tesa a mettere in evidenza alcuni limiti strutturali riscontrabili in questa produzione, che mi è capitato di denominare «cinema della convivenza, in modo da includere anche film che toccano la questione delle seconde generazioni e altri che presentano nel cast cineasti migranti di nascita od origine <a href="#_ftn8">[8]</a>. L’urgenza di prendere posizione contro i modi di rappresentazione dominanti relativi ai personaggi di migranti, specie quelli di africani di nascita od origine, e di suscitare un dibattito attorno al ruolo dei cineasti afrodiscendenti nel cinema italiano, mi ha spinto a curare il volume <i>L’Africa in Italia: Per una controstoria postcoloniale del cinema italiano </i><a href="#_ftn9">[9]</a> e mi spinge ora ad andare oltre, aprendo un blog in inglese dal titolo <i>Cinemafrodiscendente</i>.</p>
<p>La consapevolezza che l’Italia stesse diventando un paese d’immigrazione comincia a farsi strada alla metà degli anni Settanta: nel 1975, davanti all’evidenza di una progressiva contrazione dei flussi migratori verso l’estero a fronte di una costante crescita dei flussi di rientro ed ingresso in Italia, fu organizzata a Roma la prima Conferenza nazionale dell’emigrazione. Nello stesso anno il Parlamento ratificò la convenzione dell’International Labor Organization (ILO) sulla tutela dei lavoratori migranti, mentre la prima legge quadro (Legge Foschi) fu varata nel 1986 soprattutto con l’intento di mettere ordine nel mercato del lavoro <a href="#_ftn10">[10]</a>.</p>
<p>La data del 1989 viene tradizionalmente considerata uno spartiacque perché contrassegnata dall’uccisione violenta del sindacalista sudafricano Jerry Masslo, dalla prima mobilitazione massiccia del movimento antirazzista <a href="#_ftn11">[11]</a>, e dall’aumento quantitativo e in percentuale dei migranti di provenienza dallo scacchiere africano <a href="#_ftn12">[12]</a>.</p>
<p>Possiamo datare al 1989 anche la nascita del «cinema della convivenza». Non è un caso che i primi film realizzati in risposta a questa “emergenza”, come l’instant movie <i>Il colore dell’odio</i> (Pasquale Squitieri, 1989) e l’opera prima di Michele Placido, <i>Pummarò</i> (1990), siano parabole di esclusione sociale che hanno per protagonisti migranti di origini africane. Bisognerà aspettare solo qualche anno per vedere lo stesso percorso compiuto da migranti in provenienza da paesi dell’ex-blocco Sovietico, come la Russia di <i>Un’altra vita</i> (Carlo Mazzacurati, 1992) e l’Albania di <i>Lamerica </i>(Gianni Amelio, 1994) <a href="#_ftn13">[13]</a>.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/3Fd6ZlgOFqs" height="350" width="622" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>In circa 25 anni di «cinema della convivenza», possiamo contare almeno 200 titoli su temi della migrazione o che coinvolgono cineasti nati in paesi esterni all’Unione Europea. Eppure, ecco l’ipotesi esplorativa che vi propongo, il problema di fondo che vedo nella maggior parte dei film italiani sui temi dell’immigrazione rimane sempre lo stesso, vale a dire l’asimmetria vistosa che si crea tra personaggi “autoctoni” e “allogeni”, cioè tra personaggi che un pubblico medio considererebbe come “italiani DOC” e personaggi la cui origine migrante viene costantemente enfatizzata, per quanto magari risultino nati in Italia o naturalizzati.</p>
<p>Questa asimmetria è il prodotto a mio avviso di tre fattori:</p>
<ul>
<li>l’ancora insufficiente presenza di registi e sceneggiatori che vengono da un’esperienza d’immigrazione, compensata dalla forse inevitabile propensione al <i>ventriloquismo</i> riscontrabile negli autori (sceneggiatori e registi) “italiani DOC”;</li>
<li>la tendenza da parte degli sceneggiatori e registi a contrapporre personaggi di italiani individualizzati a migranti che corrispondono a tipi-sociali quando non a stereotipi;</li>
<li>la «politica degli attori» dominante nel «cinema della convivenza» post-1989.</li>
</ul>
<p>Il primo dato lo presento come pacifico. I registi di origine migrante residenti in Italia che abbiano realizzato almeno un lungometraggio di finzione (coproduzioni minoritarie incluse) sono facili da elencare, se non consideriamo gli autori nati in paesi dell’Unione Europea: il turco Ferzan Ozpetek, gli algerini Rachid Benhadj e Kaddour Naimi, i marocchini Mohamed Zineddaine e Mohamed Asli, i tunisini Mohsen Melliti e Hedy Krissane, l’albanese Edmund Budina, l’italo-iracheno Haider Rashid. Considerando che tra quelli citati solo Ozpetek, Benhadj e Budina sono riusciti a realizzare almeno tre lungometraggi, capiamo quanto lavoro ci sia da fare ancora. All’ancora scarsa presenza di autori di origine migrante ha risposto uno stuolo di registi italiani che hanno affrontato le problematiche legate all’immigrazione e alla società multiculturale, scontrandosi con un diffuso disinteresse da parte del pubblico e finendo per esprimere un discorso che ci restituisce più l’immaginario dell’Italia sui migranti che la loro concreta visione ed esperienza.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/l1ePUADbfWA" height="467" width="623" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Il secondo dato – la tendenza a contrapporre personaggi di italiani fortemente individualizzati a migranti che corrispondono a tipi-sociali, quando non a stereotipi – rappresenta una forma simbolica caratteristica della «situazione coloniale»: il soggetto migrante appare perlopiù come un attore sociale cieco, privo di <i>agency</i>, schiacciato da un sistema che non lascia margini di riscatto. Questo lo si può verificare sia in film nei quali il punto di vista è deliberatamente preso in carico da un protagonista italiano, come <a href="https://www.youtube.com/watch?v=XFEYBbxBlK0"><i>Quando sei nato non puoi nasconderti</i></a> (Marco Tullio Giordana, 2005) <a href="#_ftn14">[14]</a>, sia in altri, nei quali l’intreccio ha un andamento più corale, come <i>Il resto della notte</i> (Francesco Munzi, 2008) <a href="#_ftn15">[15]</a>.</p>
<p>Quanto alla «politica degli attori» dominante nel cinema italiano della convivenza post-1989, proprio questo aspetto costituisce a mio avviso forse il sintomo più evidente della sostanziale incapacità di larga parte del cinema italiano contemporaneo a restituire in modo complesso l’esperienza di una società sempre più multiculturale e inclusiva. Sarà opportuno chiarire che riprendo questa nozione in un’accezione un po’ diversa da quella di Luc Moullet, concepita per affermare lo statuto autoriale di quattro interpreti hollywoodiani di prima grandezza, in polemica contro la «politica degli autori» dei <i>Cahiers du Cinéma</i>, tesa a recuperare una certa aura romantica solo alla figura del <i>réalisateur</i> <a href="#_ftn16">[16]</a>. La mia ripresa di questa nozione mira piuttosto a sottolineare il carattere <i>politico</i> delle scelte legate all’attorialità. Ritengo che la «politica degli attori»<i> </i>dominante nel «cinema della convivenza» abbia prodotto precise ricadute sul sistema di sapere-potere egemonico, contribuendo a consolidarlo, e ritardando il consolidamento di un parco attori d’origine non italiana.</p>
<p>Se andiamo ad analizzare come si determina la catena causale all’origine di questa asimmetria di fondo fra personaggi di italiani e figure-tipo di migranti, si può notare come il primo anello sia riconducibile a una sorta di riflesso condizionato che scatta nel regista italiano allorché si sente sollecitato da un qualche imperativo morale ad affrontare i temi dell’immigrazione. Purtroppo, come in obbedienza a un preciso ordine discorsivo che dal 1989 ad oggi continua ad alimentare un clima emergenziale e di allarmismo intorno alle problematiche dell&#8217;immigrazione, quando un regista italiano immagina un personaggio di migrante, questi gli si presenta perlopiù:</p>
<ul>
<li>bambino o adolescente;</li>
<li>appena sbarcato a Lampedusa o comunque di recentissima immigrazione;</li>
<li>socialmente emarginato, privo di punti di riferimento e bisognoso di aiuto;</li>
<li>espressione di un contesto socio-culturale e geo-politico definito in modo approssimativo;</li>
<li>sprovvisto di mezzi, culturalmente limitato e in possesso di un italiano stentato.</li>
</ul>
<p>È molto difficile immaginare che un personaggio impostato con queste coordinate possa avere un «arco di trasformazione» <a href="#_ftn17">[17]</a>, secondo la classica matrice del personaggio romanzesco <a href="#_ftn18">[18]</a>, matrice propria invece delle figure di italiani che si troverà ad affrontare. Ed è altrettanto difficile immaginare che un regista senta la necessità di affidare un personaggio simile a un attore professionista. Infatti, quando si tratta di scegliere a quale tipologia di interprete affidare i ruoli di migranti, qualsiasi regista si trova davanti a varie opzioni.</p>
<p>La prima riguarda proprio il grado di <i>professionismo</i>: scegliere un interprete dal background accademico o comunque non nuovo al grande schermo oppure un non-professionista “preso dalla strada”? La seconda scelta, qualora si opti per il professionista, riguarda l’origine: prendere un attore cresciuto in Italia, importarlo dall’estero, o ancora scritturare un attore italiano, chiedendogli una performance transculturale, così da “passare per” slavo, arabo o addirittura africano? La terza scelta investe il sonoro: puntare sulla presa diretta o sul doppiaggio? E ancora, in questo caso, chiedere all’interprete «accentato» di doppiare se stesso o rivolgersi a un professionista autoctono?</p>
<p>Posto che ogni soluzione a disposizione influenza in modo distinto le coordinate di base della performance – indirizzando una prestazione nel segno della recitazione immedesimata o mimetica, cioè nella costruzione di un «personaggio romanzesco» piuttosto che nella restituzione di un tipo esemplare –, bisogna dire che la scelta di casting prediletta dalla maggior parte dei registi italiani per il ruolo di un migrante va nella direzione dell’interprete non professionista. Del resto, una volta configurato il personaggio del migrante come adolescente e di recente ingresso, la scelta del non-attore “preso dalla strada” diventa ovvia.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/8EC4Hx-LNBs" height="467" width="623" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>In alcuni dei casi migliori – penso a <i>Terra di mezzo</i> (1997) di Matteo Garrone, <i>Tornando a casa</i> (2001) di Vincenzo Marra <a href="#_ftn19">[19]</a>, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=zlDTexM4C6o"><i>Lettere dal Sahara</i></a><i> </i>(2006) di Vittorio De Seta e <a href="https://www.youtube.com/watch?v=QXw-n-24tsM"><i>Là-bas</i></a><i> </i>(2012) di Guido Lombardi <a href="#_ftn20">[20]</a> –, anche le parti degli italiani sono perlopiù affidate a non professionisti, secondo una tradizione riconducibile evidentemente al neorealismo. Tuttavia, il critico André Bazin non mancò già nel 1948 di notare come la cosiddetta «legge dell’amalgama», cioè la compresenza nel cast di interpreti professionisti e non aveva il limite di “consumare” ben presto l’attore preso dalla strada <a href="#_ftn21">[21]</a>. La congruità del rilievo di Bazin è tanto più evidente, se si considera che la maggior parte dei registi italiani, quando scelgono un non-professionista nel ruolo di migrante, gli contrappongono attori noti al grande pubblico, con i quali inevitabilmente finirà per identificarsi lo spettatore medio. Questo doppio filtro discriminatorio che si determina fra la tipologia del personaggio e quella dell’attore produce una sorta di apartheid epistemico, che rafforza i confini dello spazio sociale. Uno degli esempi a mio avviso più significativi di questa tendenza, che parte dal citato <i>Pummarò </i>e arriva fino al recente <i>Il villaggio di cartone </i>(2011) di Ermanno Olmi, è rappresentato da <i>Terraferma</i> (2011) di Emanuele Crialese <a href="#_ftn22">[22]</a>, in cui il personaggio principale di migrante è interpretato da una vera rifugiata eritrea, che figura nei titoli come Timnit T.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/jrDUiCO6HSU" height="350" width="622" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Si tratta in tutti e tre i casi di film che chiamano in causa soprattutto i flussi migratori in provenienza da Paesi africani, legati o meno all’Italia da un passato coloniale. Criticità analoghe sul piano dei modi di rappresentazione sono riscontrabili anche in film che evocano l’immigrazione dai Paesi dell’ex-blocco sovietico, ma i tratti caucasici, uniti al talento e a una «politica del trattino» attenta a ripulire l’italiano da ogni accento, hanno consentito per esempio ad attrici originarie dell’Est Europa come Barbora Bobulova e Antonia Liskova di costruirsi una carriera di successo nel cinema e nella fiction. Diversamente da loro, attori e attrici afrodiscendenti, agli occhi di un autore o di un produttore medio italiano non possono “passare per” italiani, pur essendo magari nati e cresciuti qui, e si trovano quindi relegati in ruoli di supporto, costretti ad aderire a un pugno di stereotipi perlopiù legati alla sfera della criminalità (la prostituta, il protettore, il pusher, ecc.), superati magari nei casting da anonimi non professionisti, che magari hanno l’accento “giusto”, risultano più economici e resilienti. Problemi simili vengono sperimentati dai registi e tecnici non autoctoni e in particolare afrodiscendenti, sovente penalizzati nell’attribuzione di contributi pubblici o premi, quando non colpiti da una censura di mercato che ne inaridisce l’ispirazione e impedisce loro di lavorare in continuità. Ecco perché i cineasti africani di nascita o d’origine in Italia si trovano a combattere una doppia battaglia, che investe l’immaginario dominante e le condizioni di lavoro.</p>
<p>Bisogna riconoscere che negli ultimi anni i registi italiani hanno finalmente cominciato a fare ricorso almeno ad attori e attrici afrodiscendenti, nati o cresciuti in Italia (Esther Elisha, Germano Gentile) o naturalizzati (Juliet Esey Joseph). Tuttavia, si tratta di casi ancora troppo isolati: la realtà è quella di un’<i>industry</i> in cui gli attori e le attrici di origine non italiana fanno tuttora un’enorme fatica ad esprimere il proprio talento, e ancor più ad affinare le proprie doti.</p>
<p>Sono del tutto convinto che questa doppia situazione di sofferenza sia destinata nei fatti ad essere superata cogli anni a venire. Rimane però il problema di un’intera generazione di cineasti che, oltre a subire come tutti gli altri il morso di una crisi produttiva senza precedenti, continua a pagare il prezzo di questo ritardo culturale che caratterizza nel suo insieme i <i>decision makers</i> del nostro cinema nei confronti dei temi dell’immigrazione e dell’inclusione sociale.</p>
<p>Questa consapevolezza mi ha portato ad aprire una collana di Studi postcoloniali di cinema e media per Aracne Editrice e a curare un libro dal titolo <i>L’Africa in Italia </i><a href="#_ftn23">[23]</a>, finalizzato insieme ad aprire una riflessione sui modi di rappresentazione dominanti sull’Africa e sugli afrodiscendenti, e sul ruolo che stanno svolgendo nell’<i>industry</i> i cineasti africani di nascita e d’origine. Ho inserito in indice dieci saggi su altrettanti snodi e momenti della storia del cinema, dieci conversazioni con altrettanti cineasti (registi, attori, tecnici, ecc.) e ne ho censiti oltre 500, in una banca dati che mi propongo a medio termine di condividere in <i>open access</i> attraverso un blog in inglese che si chiamerà <i>Cinemafrodiscendente </i>(cinemafrodiscendente.com). Una piccola operazione di <i>affirmative action</i>, se si vuole, o più semplicemente un sasso in quello stagno del mercato e dell’immaginario che è l’Italia (cinematografica) di oggi.</p>
<p><span style="font-size: x-small;">(Featured image credit:  Screenshot from <a href="https://www.youtube.com/watch?v=jrDUiCO6HSU&amp;feature=youtu.be" target="_blank">Terraferma</a>)</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="http://postcolonialist.com/arts/cineasti-afrodiscendenti-italia-un-doppio-campo-di-battaglia/">Cineasti afrodiscendenti in Italia: Un doppio campo di battaglia</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="http://postcolonialist.com">The Postcolonialist</a>.</p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://postcolonialist.com/arts/cineasti-afrodiscendenti-italia-un-doppio-campo-di-battaglia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
